lunedì 4 agosto 2014

Quel sorriso sereno


È passato già qualche mese, ma quel sorriso sereno proprio non riesco a togliermelo dalla mente.
 
"Non c'è nulla di cui preoccuparsi!" mi ripeteva l'anziana vecchina che abita nel mio stesso condominio, e che rientrando avevo trovato in attesa sotto casa, nonostante fosse notte fonda e stesse pioviccicando.
"Ma è sicura, signora, che ci fa in strada a quest'ora di notte?" ribadivo preoccupato.
E di nuovo quel sorriso, lo sguardo felice, perso nel vuoto, con quegli occhi azzurri che un tempo avranno fatto battere forte il cuore di più di un ragazzo.
"Le dico che non c'è problema, tra poco arriva mio padre a prendermi e ci porta tutti in Sardegna. Mi dica, lei c'è mai stato in Sardegna? È bellissima, lo sa? E poi guardi, se anche ci fosse un pericolo, c'è la mia mamma che mi guarda dalla finestra, è là sopra!"
Che ci fosse qualcosa che non andava l'avevo capito subito.
Avevo osservato per qualche secondo la vecchietta ferma in strada: sfidava il freddo della notte invernale armata solo di un cappotto goffamente infilato sopra la vestaglia. Una grande borsa a tracolla da cui fuoriuscivano simpaticamente un paio di scarpe eleganti, mezze dentro e mezze fuori, completava il quadro.
 
E così mi ero deciso ad intervenire.
"Signora, vedrà che suo padre ha fatto tardi, non le conviene aspettarlo sopra, a casa? Venga, la riaccompagno io su, non sente che freddo?"
La vecchina era docile, come la bambina che era convinta di essere. La presi per mano e avanzammo insieme, in silenzio, lungo il vialetto interno che conduceva fino al portone del palazzo. Le mie considerazioni interiori sull'estrema vulnerabilità dello stato in cui si trovava, sui possibili esiti nefasti che si sarebbero potuti verificare se in quel momento fosse capitato qualcun altro al mio posto, meno coccolato dalla vita e quindi con più rabbia e bisogno, tutti questi pensieri furono interrotti dalla voce della donna che esclamò: "Ma io non ho le chiavi, come facciamo ad entrare a casa?!"
Un brivido mi corse lungo la schiena, ma la tranquillizzai dicendole che sarebbe potuta anche stare a casa mia per un po'.
 
Ad ogni passo sembrava comunque che riprendesse maggiore coscienza di sé e della situazione. La serenità della bambina stava scomparendo dal suo volto per iniziare a mostrare lo sconcerto e l'angoscia della donna anziana. Arrivammo al portone che trovammo completamente spalancato - "Guardi, credo di averlo lasciato io aperto così" commentò la signora, quindi prendemmo l'ascensore insieme fino all'ultimo piano.
"Ma come sono uscita... così spettinata..." le mani rugose scorrevano lente sui capelli argentei mentre gli occhi lucenti, riflessi nello specchio dell'ascensore, guizzavano in una espressione di sofferenza e preoccupazione. In pochi istanti arrivammo su. Trovammo la porta di casa aperta, con una sedia a bloccarla in modo che non si chiudesse accidentalmente. "Lo vede, avevo paura di restare fuori di casa... così rimbambita non sono!"
 
Appena entrati in casa si mise seduta su una sedia in cucina, e continuava a parlare del papà e della mamma come se fossero vivi: "Ma come mai non c'è nessuno in casa... dove sono tutti". Ma a poco a poco sembrò che l'incantesimo che per qualche minuto aveva fatto ritornare bambina l'anziana donna si stesse quasi completamente spezzando.
Ripeteva anche spesso: "Ciccio si arrabbierá moltissimo quando saprà che sono uscita..."
Ci volle poco a capire che il temuto Ciccio era il figlio, e ci volle ancora meno a trovare il suo numero di cellulare, visto che campeggiava scritto a caratteri cubitali con un pennarello direttamente sul frigo.
Il figlio della signora si era assentato per pochi minuti e ci mise pochissimo e tornare a casa. Durante l'attesa parlammo delle vacanze in Sardegna della donna, di quando era bambina per davvero, di quel papà che organizzava tutto per bene e di quella mamma che guardava dall'alto mentre i figli giocavano in spiaggia.
Quasi mi dispiacque quando arrivò il figlio e, dopo le scuse di rito da parte sua e il bacio sulla guancia da parte della vecchina, dovetti andarmene.
 
E a distanza di parecchi mesi, mi è rimasto impresso nella memoria il volto sereno e tranquillo della donna quando mi rassicurava con un sorriso smagliante all'inizio del nostro incontro casuale. Mi sembra che non fosse solo la malattia a far sì che la vecchietta quella sera, forse rendendosi conto che la vita le stava sfuggendo di mano, desiderasse così tanto un papà buono che la portasse in un luogo meraviglioso e una mamma premurosa che la preservasse da ogni pericolo guardando tutto dall'alto.
 
In fin dei conti, non è quello che desideriamo tutti?

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