lunedì 31 ottobre 2011

Se questo è il futuro, ridatemi il passato!

Da ex dipendente Microsoft, sono sempre molto attento alla visione che questa grande e importante azienda ha del futuro e alle evoluzioni che propone della tecnologia e del nostro modo di vivere. Non solo perchè spesso le aziende del mondo IT del calibro di Microsoft, come Apple, IBM, Oracle, ..., ci forniscono soluzioni che possono davvero modificare la nostra vita quotidiana (vedi l'introduzione dell'IPhone che ha rivoluzionato per sempre il mondo dei device mobile), ma anche perchè mi sembra interessante capire come gli esperti di marketing, che in queste aziende la fanno da padroni, immaginano il futuro, e cosa ci "augurano" per gli anni a venire. 

Quando dunque ho letto l'ultimo post sul blog ufficiale italiano di Microsoft, sono stato subito curioso di andare a guardare il video di cui si parla, che rappresenta il futuro della produttività secondo la grande azienda di Redmond. Il video è il seguente, e vi consiglio di guardarlo fino in fondo perchè secondo me ne vale la pena per i motivi che vi dirò:


Personalmente, questo video rappresenta per me una conferma. Ho sempre pensato infatti che l'evoluzione della tecnologia, mentre ci consentirà di comunicare con sempre maggiore facilità con chi è distante, ci alienerà sempre più da chi è fisicamente vicino, impedendoci di fatto quello scambio fatto di cortesia e di comunicazione semplice e umana con chi è prossimo, anche se non lo si conosce. 

Nel video, potete notare come l'uso di device ultratecnologici, ma che davvero sono ormai alla portata dell'evoluzione dell'hardware e del software disponibili sul mercato, consente di comunicare facilmente con i propri parenti distanti migliaia di kilometri, di tenere riunioni con colleghi sparsi su tutto il globo, di offrire donazioni e fare beneficenza con un click a iniziative remote, ma, se ci fate caso, non è prevista nessuna interazione con chi ci è vicino, con chi aspetta la metro insieme a noi, con il tassista che guida la vettura che ci porterà in albergo., con la receptionist dell'hotel stesso. Si prenota sul tablet, si capisce quando e dove arriverà il taxi con il tablet, si ha conferma del numero della stanza con il tablet, evitando di dover perdere tempo a parlare con la reception, il tablet funge da chiave elettronica della stanza, tutti questi servizi si pagano ovviamente con il tablet stesso eliminando l'unica forma di interazione finora sopravvissuta, quella del denaro. Alla fine l'unico elemento superstite di contatto umano è rappresentato dal fattorino (rigorosamente di colore) che ci porta la valigia in camera, in attesa di una nuova evoluzione della società che eliminerà il vestiario per conformarlo a comode tutine usa e getta alla star trek, che saranno reperibili in ogni luogo senza necessità di doversele portare dietro in scomode valigie. 

E' davvero questo il futuro che vogliamo? Io voglio un futuro dove chi mi sta vicino, in metro, in taxi, per strada, al lavoro, si fermi a parlarmi anche del più e del meno e dove le idee possano circolare di persona in persona, di bocca in bocca, anche per le vie tradizionali e non solo tramite i device di ultima generazione. Io voglio un futuro dove il pizzettaio sotto casa mi conosca e sappia i miei gusti quando entro a prendere un ritaglio di pizza, e non lo debba per forza comprare via internet per farmelo recapitare dopo pochi minuti a casa (magari senza avere contatti con il fattorino, come succede negli Stati Uniti, dove chi porta i pacchi suona e se ne va senza aspettare che apri, tanto si paga su Internet). Io, al contrario, voglio poter passeggiare in un parco e sorridere a una madre che porta il suo bambino nel passeggino, a una anziana coppia che prende il sole su una panchina, a un ragazzino che fa i suoi primi esperimenti con la bicicletta. Questo è il futuro che voglio, e non quello che viene rappresentato dal video, dove la mia unica forma di contatto con il mondo esterno è un pezzo di silicio e le relazioni sono chiuse, striminzite, ridotte a solo quelle con i proprio parenti più stretti o ai colleghi di lavoro. 

Voglio un mondo aperto e vero, reale, e non virtuale, con buona pace di Microsoft, Apple & Co.

Se questo è il futuro, ridatemi il passato!  E voi, che ne pensate?

giovedì 20 ottobre 2011

Storia di una mattina qualsiasi

Mi sveglio con il rumore della pioggia e so già che sarà una giornata da raccontare.

Quando scendo di casa, prima del solito per evitare l’inevitabile, armato di un ombrellino che stenta a ripararmi dagli scrosci alluvionali, noto subito la lunga fila rossa di lucine degli stop delle automobili bloccate fino al vicino incrocio, che mi accompagna verso il tabaccaio, dove è mia intenzione comprare un biglietto dell’autobus. Illuso… il tabaccaio è chiuso.

Ma non mi do per vinto: scendo alla piazzetta, più distante ma dove c’è un bar tabacchi grande molto fornito, che di sicuro avrà il “titolo di viaggio” dei mezzi pubblici da vendermi. Ci arrivo dopo alcuni minuti di passeggiata nelle rapide che si sono formate lungo strade e marciapiedi. Ancora una volta illuso: la signora del bar scuote e le spalle e con faccia rassegnata e materna mi dice: “Li ho finiti, provi al tabaccaio”… Quello che non dice lo si capisce dal suo sguardo: “Bello cocco di mamma, ti pare che mi metto a comprare i biglietti dell’autobus con il pochissimo margine di guadagno che ci faccio?! Saranno anni che non ne compro più uno…”.

Ma ancora una volta non mi do per vinto: sicuramente dentro l’autobus ci sarà una di quelle macchinette che emettono i biglietti direttamente, ficcandoci dentro un euro. Mi piazzo così sotto una accogliente tettoia alla fermata più vicina. Sono le 7:35. Aspetto l’autobus. Aspetto. Aspetto. Aspetto ancora. Aspetto. Aspetto. Sono le 7.50 e il traffico inizia a farsi più intenso. Ma io aspetto. Aspetto. Aspetto. Continua a piovere. E io aspetto. Ho un’importante riunione al lavoro. Aspetto. Mi svuoto il cappuccio del giaccone che nel frattempo è diventato una piscinetta portatile. Alla fine, ore 8.25, arriva l’autobus. Stranamente è anche semivuoto, forse la gente oggi non è proprio scesa dal letto. Salgo, mi lamento un po’ con l’autista per i 50 minuti di attesa, ma lui nemmeno mi risponde. Mi avvicino alla macchinetta emettitrice di biglietti. Mi aspetto che non funzioni o che mi mangi l’euro. E invece no! Funziona! Esce un biglietto, lo timbro, sono un uomo felice. Mi renderò conto solo successivamente che, in definitiva, quella macchinetta è l’unica cosa che funzionava a Roma in quel momento. E ora so che, se anche tutto dovesse andare in malora, potremo sempre ricostruire una società più giusta e efficiente ripartendo dalle macchinette emettitrici di biglietti.

L’autobus procede lentamente sul viale semivuoto, fino ad arrivare all’ingorgo dell’incrocio precedente al capolinea della linea del tram 8, il più moderno e tecnologico della capitale. Mi dico: se anche ci fosse traffico paralizzato, potrò sempre prendere il tram, che corre lungo una corsia dedicata, e arrivare in centro. E invece no! appena “scavalliamo” l’incrocio, alla fermata più vicina al capolinea del tram vedo una marea di gente in attesa dell’autobus. In genere succede il contrario: la maggior parte delle persone scende dall’autobus per prendere il tram, non viceversa. Ma oggi è un giorno particolare: non appena si aprono le porte, la marea zuppa e imprecante si riversa all’interno. Un uomo parla da solo e dice: “C’hanno er coraggio de di’ che è corpa delle foje… mannatevelappianderculo”. Grazie alle mie capacità linguistiche di romanesco, e al fatto che vedo una lunga fila di tram parcheggiati nel piazzale, deduco che tutta la linea 8 è ferma a causa di un simpatico fenomeno: le foglie bagnate cadute nei giorni scorsi, impediscono al tram di frenare, e dunque finché non si asciuga niente tram. Immagino come commenterebbero i politici un simile fenomeno: “Tutto potevamo prevedere, piani antisismici, antiterrorismo, anti guerra termonucleare… ma non certo che d’autunno cadano le foglie, questo no! Di fronte a certe calamità impreviste non si può fare nulla, ci spiace…”

L’autobus continua la sua “corsa”, che ben presto però si trasforma in un passo svelto, quindi in una andatura lenta, quindi in una stasi totale. La gianicolense è un tappeto di lucine rosse. Nell’autobus qualcuno si mette a dare lezioni di religione civile: “Io sti blec bloc nun li capisco, ho capito che voi spacca’ un vetro de ‘na banca perchè sei ‘ncazzato, ma la madonnina… mo’ tu poi credece o nun credece… ma la madonnina che cazzo t’ha fatto…”. Se ci fosse stato lì vicino Marcello Pera, ne avrebbe fatto seduta stante un nuovo libro, dopo il successone di “Perchè dobbiamo dirci cristiani” (mi sembra che ne abbia venduto almeno un paio di copie, di cui una comprata dal partito)…

Nel frattempo stiamo fermi sull’autobus. Fermi. Fermi. Fermi. Vado su internet dal telefono, e mi rendo conto che pure la metro è paralizzata. E noi sempre fermi. Fermi. Fermi proprio eh! Il semaforo a un centinaio di metri diventa verde, giallo, rosso, poi di nuovo. E noi sempre fermi.

Prendo una decisione solenne. Dopo un’ora e mezza per fare meno di un kilometro, scendo dall’autobus e mi metto in ferie - e lo sapete che l’autista non voleva aprirmi perchè “qui non c’è la fermata”… Ma poi deve averlo convinto il mio sguardo carico di ferma rassegnazione.

Morale della mattinata: se decidete di fare la rivoluzione, sappiate che possiamo contare almeno sulle macchinette emettitrici di biglietti dell’autobus. Tutto il resto è da rifare da zero.

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